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Caruggi di Genova, memoria del passato

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«Ma quella faccia un po’ così / quell’espressione un po’ così / che abbiamo noi mentre guardiamo Genova / ed ogni volta l’annusiamo / e circospetti ci muoviamo / un po’ randagi ci sentiamo noi», scriveva Paolo Conte in Genova per noi.

Genova è una città di mare che non lascia di certo indifferenti, e che regala emozioni contrastanti così pregna di chiaroscuri, luci e ombre, profumi e odori nauseabondi, l’infinito del mare e la verticalità dei muri. Non ammette mezze misure. E i caruggi genovesi sono una delle caratteristiche architettoniche ed umane che più mettono alla prova il visitatore.
Chiamati anche caroggi o carroggi, questo termine ligure indica la miriade di vicoli stretti e bui, nei è reale il pericolo perdersi, in ogni senso. Il fascino della città vecchia passa infatti attraverso questi muri che racchiudono una multiculturalità e una vita da strada difficilmente ritrovabili altrove.

La maggior parte dei caruggi si snodano da Sottoripa (dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO ma attualmente in uno stato di notevole degrado nonostatnto alcuni interventi di restauro), ampia area del centro storico medioevale che da piazza Caricamento arriva all’area del porto antico, e comprende i più antichi porticati pubblici in Italia, la cui origine si fa risalire fra il 1125 e il 1133. I portici ospitavano anticamente gli scagni, veri e propri uffici dislocati in locali di pochi metri quadrati, sfruttati in ogni centimetro tra solai e sottoscala, centri nevralgici degli scambi commerciali, sostituiti però nel tempo dalle tipiche botteghe genovesi, come le friggitorie, prima affiancate e poi soppiantate dai vari negozi multietnici.

Da Sottoripa i caruggi tagliano, come lame di coltello, longitudinalmente tutta la parte storica della città. Vicoli angusti ed irregolari, nei quali il passato si mescola al presente. Il cuore di Genova, La Superba, La Dominante, sta tutto qui, in questi muri e in queste salite, nei nomi di queste viuzze che rimandano ai mestieri, alle passioni, alla vita vera.

Passeggiando nei vicoli dei vari sestieri, ovvero le zone nelle quali viene suddiviso il centro storico, è possibile ricostruire un pezzo di storia. La maggior parte dei nomi si rifanno al settore lavorativo, per lo più artigianale, rappresentato in quel distretto. Da via Orefici (o via degli Orefici o fraveghi, cioè fabbri) a vico Indoratori, fino a piazza di Pellicceria (sede sin dal XIII secolo delle più rinomate pelliccerie) e alla salita Pollaiuoli. Le arti e le professioni erano tenute in gran conto, sono tantissime infatti le strade che si rifanno a corporazioni e mestieri. Significativo anche il fatto che, una volta scomparse queste professioni, sparisse anche il nome dato alla strada. Ad esempio, nei dintorni di Sottoripa esisteva vico dei Cartai, che ora non esiste più in quanto erano scomparsi i fabbricanti di carta, lustro della città per molto tempo, tanto che il Parlamento di Londra aveva stabilito che la carta usata per i documenti da mettere in archivio fosse unicamente quella proveniente da Genova. Sopravvive invece piazzetta dei Librai, e con essa anche piazza Valoira, che deve il suo nome alla professione dei Valauri, campanari ufficiali di San Lorenzo, assunti e stipendiati dal Comune, alloggiati esattamente nelle abitazioni di questa piazza.

Non solo nome dei mestieri, ma anche dei materiali usati dai vari artigiani. Nei dintorni dei vicoli dedicati agli Orefici, esistono strade dedicate alle Pietre preziose, all’Oro e all’Argento. La toponomastica non si dimentica nemmeno dei materiali meno nobili, come via dell’Acciaio, vico del Ferro e del Piombo. E via a seguire con Marmi, Mattoni rossi, Terre rosse, Lavagna, Sassi, Paglia, Fieno, Pece, Pelo, Cera, Seta e Lana. Menzione speciale va a vico del Filo, uno dei più antichi di Genova di cui si trova traccia in alcuni atti del 1345, che ospitava le botteghe d’arte dei merciai e dei mercanti di filo che rifornivano le officine librarie nelle quali gli amanuensi copiavano manoscritti, miniandoli, rilegandoli poi con quel filo.

La gamma dei nomi è infinita, dai cibi, all’acqua, alle piante agli animali (come vico Leone che sembra debba il suo nome a quello di un’antica locanda, il Leon Rouge in cui Mazzini venne arrestato nel 1830), alle caratteristiche architettoniche presenti sul posto, come Archi, Archivolto, Baracchette, Casette, Cisterna, Cittadella, Molini, Pozzetto, Truogoli, Lavatoi e Labirinto. Nome quest’ultimo che rimanda alla facilità di perdersi sia fisicamente che moralmente nei vicoli, in quanto luoghi dove tuttora si pratica il mestiere più antico del mondo alla “luce” del giorno. Fino al 1958, prima dell’entrata in vigore della Legge Merlin, nei caruggi esistevano le case di tolleranza più frequentate e rinomate, che spesso prendevano il nome dal luogo in cui erano posizionate. Non mancano infatti rimandi che rimandano all’amore, come vico dell’Amor Perfetto, dell’Amore o vico Carabaghe (o vico delle Carabaghe), per molti riferito al “calar di braghe” in quanto vicolo che aveva ospitato nel tempo tre differenti case chiuse, per altri alla “calabraga”, macchina da guerra consistente in una catapulta per il lancio di proiettili sui nemici.

Questi vicoli sono come pagine di un libro di Storia. Il Passo della Rondinella si riferiva ad esempio al servizio di “ronda” affidato che nel XVII secolo veniva affidato ai mercenari tedeschi, mentre vico del Pepe rimanda al commercio che sin dal XII secolo si faceva dell’unica “droga” allora circolante, il cui valore era prossimo a quello dell’oro e dell’argento, tanto da essere usata come moneta.
Via del Campo racconta invece un’altra storia, quella che passa da Fabrizio De Andrè che della sua Genova ha cantato in più canzoni.
Genovesi poeti, che nel tempo dipingono di poesia muri ormai fatiscenti: Ardimento, Fortuna, Misericordia, Pace, Perdono, Provvidenza, Garbo, Prudenza, Tempo Buono, Umiltà, Virtù, Libertà, Salute, Speranza, Vittoria, Fate, Purgatorio, Paradiso, Angeli, Sole, Stella, Luna. Quest’ultimo vico è largo solamente un metro e otto centimetri, e si trova alla fine di vico del Pepe e sbocca ai Macelli, e ha appunto la fama di essere il vico più stretto. a fargli compagnia c’è vico delle Vigne, che alla confluenza con la piazza è largo un metro e ventotto centimetri, e vico delle Monachette, un caruggio tra Via Prè e Via Balbi, che guardando verso l’alto ha i palazzi talmente vicini che paiono toccarsi in un tratto largo appena settantanove centimetri.
Ombra, Fumo, Tosse, Profondo, Stretto, Sottile, Deserto, Ombroso, nomi insoliti come quello del vico dedicato alla Neve, ospitante un’edicola con statua dedicata alla Madonna della Neve, piccola ma splendida e purtroppo rubata, oltre essere stata la sede delle botteghe dei venditori di ghiaccio fino all’inizio del ‘900.
Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella trovano la loro origine nelle pietre sporgenti e lisce citate anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33).

Impossibile esaurire l’elenco di questa realtà, che seppur fatiscente in molte sue parti, in pessime condizioni igienico-sanitarie, con un uso inappropriato dei suoi edifici (spesso pied-à-terre per la prostituzione, negozi irregolari, oltre che magazzini e depositi, box per motocicli e unità multiabitative per immigrati extracomunitari), continua ad essere un’affascinante memoria vivente di un tempo lontano, custode di piccoli capolavori nascosti, che neppure l’incuria ed il grave degrado riescono a cancellare. Vicoli di una Genova antica, unica via di comunicazione e passaggio per uomini e merci, spazi angusti di una città obliqua, vere e proprie barricate per difendersi dalle razzie dei pirati di un tempo, e forse anche di quelli odierni.

Dall'autore: Paola Mattavelli

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