Viaggi

Il raddoppio del canale di Suez minaccia il Mediterraneo

Pubblicato da

il

Il Mare Nostrun è in serio pericolo, la comunità scientifica internazionale avverte e si mobilita per la salvaguardia del Mediterraneo. L’ultima minaccia è rappresentata dal raddoppio del Canale di Suez che dovrebbe terminare a breve e che potrebbe rivelarsi una vera e propria bomba ecologica.

Inaugurato nel 1869, in origine il canale misurava 164 km di lunghezza, 8 m di profondità, 53 m di larghezza, consentendo il transito di navi con pescaggio massimo di 6,7 m. Dopo i lavori di allargamento del 2010, il canale fu portato a 193,30 km di lunghezza, 24 m di profondità, 205/225 metri di larghezza, permettendo così il transito di navi con pescaggio massimo di 20,12 m. Il recente ampliamento consiste nella costruzione di un nuovo percorso di 72 km, parallelo a quello attuale.

In particolare, si tratta di 35 km di «scavo a secco» e di 37 km di «espansione e approfondimento» di quello scavato circa un secolo e mezzo fa. Ciò permetterà di rendere più veloce il transito delle navi, riducendo i tempi di percorrenza dalle odierne 11 ore si passerà a 3 ore, grazie alla riduzione dei tratti dove l’accesso era consentito unicamente a senso unico alternato, con la possibilità di raddoppiare il traffico giornaliero delle navi, che passerebbero da 49 a 97, diminuendo i costi aggiuntivi a carico degli armatori dovuti ai ritardi. Il Canale di Suez rappresenta una delle maggiori fonti di valuta straniera per l’Egitto, e gli introiti stimati sono dell’ordine di 13 miliardi di dollari entro il 2023, contro i 5,3 miliardi incassati nel 2013.

Oltre ad introiti maggiori, la sua apertura spalancherebbe però le porte ad un’ulteriore invasione biologica di nuove specie marine tropicali dell’ordine di centinaia di esemplari.

Il Canale di Suez rappresenta infatti il principale accesso delle specie non autoctone. Prendendo in considerazione tutti i mari europei, le cosiddette specie marine «straniere» sono ormai 1416, di cui quasi 300 nel solo nel Mediterraneo, con 41 di queste divenute ormai comuni. Di queste specie aliene moltissime provengono dal Mar Rosso; ad esempio nelle acque intorno alla Sicilia ora vivono nuove specie di triglie, un nuovo tipo di cernia, di tonnetto, oltre al barracuda del Mar Rosso, fino a qualche anno fa assolutamente assenti nel Mediterraneo.

Il Mar Rosso è diventato una via preferenziale per la colonizzazione del nostro mare e della sua modificazione nel tempo. Le molte specie giunte nel Mediterraneo sono ancora limitate nelle loro condizioni ambientali, ma la minaccia di tropicalizzazione di queste acque costringe ad intensificare tutti gli sforzi per monitorare il cambiamento in atto e poter così intervenire in modo veloce e concreto, prima che sia troppo tardi.

L’intrusione di specie non indigene, estranee all’ambiente in cui sono arrivate, chiamate specie «aliene» appunto o, usando il termine scientifico, specie «alloctone», evidenzia come sia determinante l’uomo nella diffusione delle specie viventi. Non solo il riscaldamento globale all’origine di questo fenomeno, ma anche la complicità dell’uomo per far superare grandi distanze e barriere ambientali e fisiche che rimarrebbero invalicabili, con conseguenze imprevedibili. Infatti, nel caso le nuove specie dovessero trovare condizioni favorevoli al loro sviluppo, come la mancanza degli antagonisti naturali che nella zona d’origine ne regolavano l’espansione, potrebbero insediarsi e diffondersi, provocando guasti ambientali, danni economici e pericoli per la salute umana. Inoltre, se una specie alloctona entra in competizione con le specie tipiche di una determinata area, può causare cambiamenti nelle comunità, alterando la biodiversità e il funzionamento dell’ecosistema.

L’arrivo di nuove specie ittiche provenienti da aree tropicali extramediterranee ha avuto un incremento significativo negli ultimi trent’anni, con un decorso però non sempre costante. Solo dopo la costruzione della diga di Aswuan nel 1965 si è incominciato a osservare un crescente aumento nel numero delle specie, attribuibile alla drastica riduzione della portata del Nilo, con il conseguente sblocco dello sbarramento rappresentato dalla soglia di bassa salinità che, di fatto, rappresentava una barriera per le specie provenienti da un mare ad alta salinità come il Mar Rosso.

I nuovi arrivi più temuti sono rappresentati dalle meduse velenose (Rhopilema nomadica), che sono dannose per l’ecosistema, oltre ad infastidire i turisti, ostruire le prese di aspirazione delle centrali elettriche o degli impianti di desalinizzazione; dai pesci palla (Lagocephalus sceleratus), che rilasciano una neurotossina pericolosa per gli altri pesci e per gli umani che se ne cibano; dal pesce coniglio (Siganus luridus) che ha fatto sparire lunghi tratti di alghe dalle coste della Turchia; per finire con i gamberi stranieri che mettono a repentaglio le nostre mazzancolle.

L’Egitto ha informato la Commissione europea che è in corso una valutazione d’impatto ambientale sull’intero bacino che dovrebbe essere pronta entro maggio, anche se non è certo che vi sia incluso il problema delle specie invasive. Quindi per il momento manca una stima certa, «trasparente e solida a livello scientifico, seguita da un’analisi del rischio e da misure di controllo e mitigazione», come spiegato da Bella Galil dell’Istituto Oceanografico Israeliano, la promotrice della lettera-appello di oltre 450 scienziati da 39 Paesi: «Fra loro ci sono almeno un centinaio di italiani, da Trieste a Palermo. Non siamo contrari ai lavori di allargamento del canale, ma il Mediterraneo è un mare di cui bisogna prendersi cura e necessita di un periodo fra i sei e i dodici mesi» per avere una valutazione completa che riunisca i dati di tutti i Paesi dell’area. Tempi lunghi insomma, rispetto alle rassicurazioni che arrivano dal Cairo.

Paola Mattavelli

Dall'autore: Paola Mattavelli

Raccomandati per te!

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>